VIVERE SCANNO … CON TUTTA L’ANIMA!!!

VIAGGIO A SCANNO DOPO CARTIER – BRESSON

Fotografia

Viaggio a Scanno dopo Cartier-Bresson
INTERVISTA – Manuela De Leonardis
MILANO

Un’intervista con Renzo Tortelli, il reporter che alla fine degli anni Cinquanta andò alla scoperta dell’Abruzzo e dei suoi paesaggi insieme a Mario Giacomelli «A distanza di tempo, sto tornando a fotografare quelle campagne. Il 90% delle case sono abbandonate e i terreni lavorati meccanicamente. Non c’è più la mano del contadino a fare giardini in quei campi…»

Immagini di un’Italia che fu, quelle di Franco Pinna e Leonard Freed negli stand che ospitano i loro lavori al Mia – Milan Image Art Fair 2012, la prima fiera italiana riservata alla fotografia e alla videoarte (ideata e diretta da Fabio Castelli) al Superstudio Più di Milano, giunta con successo al suo secondo appuntamento.
Reportage in bianco e nero in cui lo sguardo dei fotografi è intimamente connesso con il sociale, così come lo è quello di Renzo Tortelli (Potenza Picena 1926, vive a Civitanova Marche), di cui la galleria Pavesi Fine Arts espone gli scatti di Scanno dal 1957 al 1959. Il risveglio – una domenica mattina – del paese abruzzese con le sue donne in costume con le fascine in testa, i cesti di paglia intrecciata, il fruscio delle gonne lunghe sui ciottoli, i saluti, l’atmosfera cristallizzata.
Questo signore gentile, dalla voce pacata e lo sguardo dolce, racconta con molta umiltà i suoi esordi di fotografo amatoriale, tra gli impegni familiari e la professione di ottico (nel ’49-’50 ha studiato all’Istituto di Ottica dell’Università di Firenze con Margherita Hack come insegnante), in una realtà – quella italiana dei primi anni Cinquanta – in cui la fotografia era lontana dall’esser considerata arte. Un territorio tutto da scoprire, nutrito dall’esistenza di poche riviste, ma dalla presenza vivace di tanti circoli fotografici che fiorivano ovunque, stimolando dibattiti, incontri, uscite di gruppo per raccontare gli stessi luoghi e partecipare, magari, agli stessi premi fotografici.
Nella zona marchigiana in cui Tortelli gravitava non c’erano fotoclub, ma a Senigallia vivevano due reporter già consacrati: Giuseppe Cavalli (1904-1961) e Mario Giacomelli (1925-2000). Incontri diversi, ma altrettanto importanti per il giovane fotografo. Da allora è passato più di mezzo secolo e Renzo Tortelli – che nel 1961 era stato invitato per un’importante personale al Circolo Fotografico Milanese – in occasione del 64° congresso Nazionale Fiaf 2012 è stato insignito dell’onorificenza di Ife (Insigne Fotografo Italiano). «Sul biglietto da visita l’ho già scritto – afferma con aria sorniona e un certo orgoglio allungando il piccolo rettangolo bianco.
Come nasce l’interesse per la fotografia?
Mi sono sposato nel settembre 1953, e tre mesi dopo mia moglie Eleda mi informò di quella che sarebbe stata l’attesa felice. Pensai subito che mi sarebbe piaciuto seguire quel momento, quindi iniziai a fotografare. Prima non praticavo la fotografia. Poi mia figlia Anna Lina è nata – e dopo di lei altri due figli – e ho continuato a scattare immagini.

La macchina fotografica, quindi, è legata a un momento di gioia. Quale è stata l’occasione per ampliare lo sguardo dall’intimità familiare al reportage?
A Civitanova non c’erano fotoclub, né appassionati di questa arte. L’unica esperienza che potevo fare era quella di continuare a scattare. Le fotografie esprimevano qualcosa che mi apparteneva, così cominciai a comprare riviste come Fotografia, a partecipare ai concorsi, ma soprattutto imparai a stampare da me. Per prima cosa comprai un ingranditore e mi informai su come si usasse. Ce l’ho tuttora a casa e continuo ad usarlo, perché ancora fotografo.

Importante, nel 1956, l’incontro con Cavalli e Giacomelli.
Un ingegnere che vide le mie fotografie esposte a Osimo, venne a Civitanova e riuscì a rintracciarmi per propormi di seguirlo a Senigallia, perché mi voleva far conoscere Cavalli e Giacomelli. È stato il massimo! Cavalli era già una celebrità, ma era più distaccato, anche per via dell’età. Invece con Giacomelli, che aveva solo un anno più di me, siamo diventati amici. Anche le nostre mogli hanno legato: quella con lui è diventata un’amicizia di famiglia.

L’anno dopo con Giacomelli andò a Scanno
Fu proprio lui a propormi di andarci. Io non sapevo neanche dove fosse quel paese! Mi disse che Cartier-Bresson c’era stato e aveva fatto delle belle fotografie. Era una domenica di ottobre. A Scanno ho ritrovato delle visioni familiari, perché sono cresciuto nel Cadore e anche se, naturalmente, ci sono delle differenze è pur sempre montagna. Arrivammo intorno alle sette della mattina e fotografammo per tutta la giornata, poi il giorno dopo ce ne tornammo a casa. Ci riandammo insieme nel ’59 e nel ’61. Io anche da solo qualche altra volta, ma lui rimase deluso perché il paese aveva cominciato a cambiare. Non era più quello che avevamo conosciuto allora.

Da cosa rimase colpito quella prima volta a Scanno?
La luce. Quando arrivammo era mattina presto, il paese cominciava ad illuminarsi. C’erano le donne, la maggior parte di loro – quelle adulte – erano vestite in costume. I camini iniziavano a mandare fumo bianco che si fondeva con la nebbia al di sopra. Una meraviglia! Appena arrivati, comunque, ci dividemmo. Ognuno andò a fotografare per conto proprio. Non dovevamo mica fare le stesse fotografie! Comunque, Giacomelli aveva una visione diversa dalla mia, doveva trasformare quello che vedeva nel modo in cui lo sentiva. Io vedevo quello che mi era già familiare.

Nel corso del tempo ha mantenuto questa sua visione?
Sì, l’ho sempre mantenuta. Anche perché non fotografo per gli altri, ma per me. Scelgo in base a quello che vedo. Mi piace rubare l’attimo, in questo mi sento vicino a Cartier-Bresson.

Il bianco e nero è il linguaggio che ha adottato fin dall’inizio…
A Scanno, in quel primo viaggio del ’57, feci il mio primo rullino a colori. Ma lo stampai in bianco e nero. Anche nel ’58 ho provato a fare delle foto a colori che, però, non ho ancora stampato. Fotografai dei pescatori di vongole che avevano un modo tradizionale per pescare. Utilizzavano delle pertiche con cui spostavano la sabbia per vedere se c’erano le vongole e, nel caso, le prendevano. Oggi, purtroppo, si usano rastrelli che portano via tutto quello che trovano.

Nel suo sguardo, quindi, c’è anche un’attenzione al sociale?
La fotografia, in questo caso, è una dimostrazione di come cambiano i tempi. Negli anni Sessanta feci un reportage sui contadini della mia zona. Conoscevo la campagna molto bene, perché quando ero ragazzo ero un po’ scavezzacollo e andavo nei campi a rubare le angurie, i fichi. A Potenza Picena, dove sono cresciuto, non c’erano mica le frutterie! A distanza di tempo sto tornando a fotografare quelle campagne. Il 90% delle case sono abbandonate e i terreni lavorati meccanicamente. Non c’è più la mano del contadino a fare giardini di quei campi.
Ancora un passo indietro al suo rapporto con Giacomelli. È mai entrato in camera oscura insieme a lui?
No. Lui voleva vedere le mie fotografie e i miei provini, ma non mi faceva vedere né le sue fotografie, né il suo laboratorio. Ma io lo capivo. Era – e si riteneva – un maestro e non voleva influenzarmi. Forse l’ho influenzato più io che viceversa.

In che senso?
C’è una mia fotografia del ’55, quando ancora non ci conoscevamo, in cui sono inquadrati dall’alto dei ragazzi che stanno giocando. Una costruzione grafica molto vicina a quella di uno dei suoi pretini, ma la sua foto è stata scattata qualche tempo dopo.

Giacomelli conosceva tale foto?
Certo! Ma Giacomelli era Giacomelli! Era l’uomo nuovo della fotografia.

 
VIVERE SCANNO … CON TUTTA L’ANIMA!!!ultima modifica: 2012-05-18T23:40:00+00:00da vivrescanno
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