2° Festival della DSC – La Crisi: significati e riferimenti.

 

La necessità di un pensiero critico.

Il messaggio che emerge dal secondo Festival della Dottrina Sociale della Chiesa.

 

Tra il  14 e il 16 settembre 2012 si è svolto a Verona il secondo Festival della Dottrina Sociale della Chiesa. Anche quest’anno le tematiche più dibattute hanno riguardato l’attuale situazione economica e sociale, in relazione a cui però è emerso qualcosa di diverso, in termini di analisi e di proposta, rispetto a quanto ci sentiamo dire tutti i giorni dagli addetti ai lavori e dai mass-media: l’impossibilità di condividere un sistema economico, sociale e civile profondamente ingiusto.

 La convinzione di fondo è che “fare di più” non ci ha fatto, non ci sta facendo e non ci farà uscire dalla crisi: occorre innanzitutto un nuovo modo di vedere le cose. Il “pensiero diverso” si concretizza nel riaffermare che il sistema economico è al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio dell’economia, che lo sviluppo deve essere a misura d’uomo, ridurre le disuguaglianze e non servire a interessi personali o di gruppo. L’idea che la persona possa agire senza fondamenti etici, può far pensare che sia conveniente per poter ottenere vantaggi personali, ma in ultima analisi non può garantire la felicità e l’armonia con ciò che circonda l’uomo. Solo attraverso il riconoscimento della dimensione metafisica e di quella relazionale e solo attraverso l’accettazione della centralità della dignità di ogni essere umano si può raggiungere l’obiettivo di rendere più bello il vivere, il lavorare e in ultima analisi lo stare insieme. Oltre al “come” bisogna quindi poter affrontare il “perché” delle cose, oltre alla dimensione “presente” bisogna poter pensare a quella “futura”, oltre alla “centralità dello spead” bisogna porre attenzione alla “centralità dell’uomo”. Una prospettiva questa che guarda lontano, considerando la generazione presente ma anche quella futura, nell’ottica di uno sviluppo sostenibile, ponendo al centro di tutto la persona non come pura astrazione, ma nelle sue relazioni concrete ad iniziare da quella con la famiglia. Non ci si può illudere pensando ad un cambiamento solo di facciata che, alla fine, comporti solo una serie di piccoli aggiustamenti tecnici o mutamenti a livello di sottili tattiche finanziarie o economiche: la disillusione sarebbe oltremodo cocente.

 

Di particolare interesse è stata la relazione del Patriarca di Venezia monsignor Francesco Moraglia, che nel suo intervento ha cercato di rispondere ad una domanda fondamentale: come mai nessun economista -nobel, accademico o semplice ricercatore- si è reso conto che stava arrivando questa crisi spaventosa? Oggi la teoria economica si accredita come sapere scientifico e, seppur su basi probabilistiche, rivendica la capacità di fornire analisi previsionali corrette; eppure tali analisi, prima e durante questa crisi, nonostante le aspettative, non si sono mostrate affidabili come si pensava potessero essere. Come mai? La risposta è stata chiara e impietosa. Gli “economisti” hanno da tempo assunto un comportamento “remissivo” (“adattivo”) nei confronti dell’opinione “dominante” (“forte”) tra “gli addetti ai lavori” (di chi “detiene le chiavi …”): un eccesso di “confidenza” e “ottimismo di maniera” (di “feelgood factor”). Ci si trova di fronte a una generalizzata volontà di “non esporsi” e si continua a ragionare e a prendere decisioni basandosi su “modelli” che di fatto riproducono stereotipi e preconcetti, contribuendo così a realizzare un comportamento socialmente poco razionale perché non indirizzato alla comprensione della realtà e quindi alla realizzazione del suo bene. Si è in definitiva consentito l’affermarsi di un “pensiero dominante” così che quanti avevano “opinioni divergenti” non hanno potuto o non hanno avuto la forza di esprimere il loro “dissenso”. Quanti avrebbero dovuto avere conoscenze e competenze per comprendere ciò che stava succedendo hanno al contrario mostrato di possedere un eccessivo “conformismo”, una sorta di “pensiero gregario”, e non hanno saputo in alcun modo delineare l’ampiezza e la tempistica del fenomeno, dimostrando incapacità di oltrepassare modelli assunti “acriticamente”, con una “sottovalutazione” imperdonabile della realtà.

 

Inquietante risuona il monito che lo scrittore russo Aleksander Isaevic Solzenicyn, tra i più noti rappresentanti dell’opposizione al regime sovietico, espresse nel giugno del 1978 in una conferenza all’Università di Harvard. “In Occidente anche senza bisogno della censura, viene operata una puntigliosa selezione che separa le idee alla moda da quelle che non lo sono, e benché queste ultime non vengano colpite da alcun esplicito divieto, non hanno la possibilità di esprimersi veramente né nella stampa periodica, né in un libro, né da alcuna cattedra universitaria. Lo spirito dei vostri ricercatori è si libero, giuridicamente, ma in realtà impedito dagli idoli del pensiero alla moda. Senza che ci sia come all’Est, un’aperta violenza, quella selezione operata dalla moda, questa necessità di conformare ogni cosa a dei modelli standardizzati, impediscono ai pensatori più originali e indipendenti di apportare il loro contributo alla vita pubblica e determinano il manifestarsi di un pericoloso spirito gregario che è di ostacolo a qualsiasi sviluppo degno di questo nome ”.

2° Festival della DSC – La Crisi: significati e riferimenti.ultima modifica: 2012-10-17T07:55:00+00:00da vivrescanno
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